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mercoledì 8 febbraio 2012
 
 

 
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LiberEventi

La voce dell'ABao AQu

 

Un canto d’amore

 

(per un manifesto ed altre facezie di questo tempo)

 

Ora più che mai vale il detto che nulla è più inedito del già edito. Al tempo degli artefatti concepiti in vitreo, tutto si consuma già prima di vivere, e muore prima di nascere. Chi osservi con un po’ di distacco quanto ci accade intorno, dovrà convenire che l’uomo è indifferente alla sua umanità. Vive per non vivere. Si consuma nell’attesa di giorni vuoti. Incapace di dare un senso alla sua vita. Squassato dai ritmi iterativi, cruenti, seducenti, compulsivi e falsi del mercato. Infelice di esistere, colma il vuoto con l’inutile che crede utile. Come l’istrice alla luce del giorno aguzza gli occhi ma non vede, attiva la mente ma non pensa, divorato dal tempo e dalla noia.

Il passato scansa con distacco. Il futuro agogna con riserva. Il presente è il suo demone che scalcia imbizzarrito: vorrebbe cavalcarlo, ma ne è disarcionato. E nell’impossibilità di fermarsi o tornare indietro, corre per non pensare, consuma per sentirsi più leggero, all’insegna di una realtà che si ripete e di una comunicazione troppo usata, duplicata, moltiplicata, isterilita.

Non siamo tra coloro che vedrebbero volentieri un ritorno al passato all’insegna di un’età dell’oro senza più fili o rombi di motore o singulti videocratici, anzi come uomini di questo tempo siamo curiosi di tutto, come e più del tempo, ma vorremmo in qualche modo che non andasse del tutto spersa la rara specie degli uomini che pensano, hanno delle idee, credono in alcuni principi e sognano con la fantasia. Insomma quella dei poeti. Oggi più che mai sono i più fragili e ridicoli. E non perché vivono in un mondo senza idee, senza principi, senza fantasia e pensiero. Ma perché le idee, come i grandi principi, la fantasia e il pensiero sono diventate un genere d’uso, si portano come un peso e mutano col mutare delle mode e in funzione del conto in banca.

L’uomo di moda che crede di fuggire il tempo comprando il mondo, finisce per svendere l’anima all’unico acquirente possibile: il dio denaro, il totem per eccellenza della stupidità.

L’uomo di moda che indossa e smette il pensiero a suo piacimento non coglie la sua nudità, il suo corrompersi e diventa genere, massa, senza più sentimento e coscienza di essere: un guscio vuoto.

Di qui la necessità di un’industria culturale che miri sempre più in basso e faccia denaro in fretta. Un CD che piaccia, un film ben fatto, un libro che si rispetti si misurano non tanto sulla qualità, quanto sulla popolarità che deriva dalla pubblicità e dal numero di copie vendute. Troppi sono i generi, buoni o cattivi o mediocri, che si snocciolano quotidianamente e di necessità fanno dimenticare quelli del giorno prima, sia pure a volte validi. Il loro destino è già segnato: come quei fiori di un giorno, la mattina sbocciano, la sera disfatti e appassiti in tenebra: esseri di un giorno, come gli uomini, soggetti a sopravvivere alla propria fama, più longevi della loro stessa memoria. E a fare la differenza non è il valore dell’opera che resti a colmare il vuoto, ma il nulla.

Ecco perché lo stesso concetto di opera non ha più nessun significato, così la sua durata nel tempo: l’artefatto ha un senso fino a quando è possibile comprarlo o viene comprato. Insomma fa mercato. Il resto non conta. Se non sia goduto. Se non resti un’ala di gabbiano a portarci in volo, una fiammella a scaldarci il cuore, un frammento a toccarci l’anima. L’importante è urlare. Ripetere il cliché. Strombazzare il capolavoro. Spacciare fandonie per denuncia sociale. Imporre un nome. Indurre un desiderio di libertà che risulti sempre tradito, privato da forze più grandi e poteri misteriosi. Si può essere schiavi anche in nome della libertà. La censura può assumere infinite forme, anche quella della libertà.

E se fosse che l’uomo libero sia una contraddizione in termini? E che si desideri di non essere liberi? Eh di certo sarebbe meno confortante il pensarsi privilegiati, votati a grandi imprese, e scoprirsi simili a vermi di terra: la causa scompiscerebbe nell’effetto: il mondo girerebbe tutto intorto all’incontrario. La libertà, un inganno, un’illusione.

Noi da parte nostra, come quei pierrot sulla scena, vogliamo riprenderci la vita, col sorriso malinconico di chi crede nell’arte per rappresentare e amare la vita. E gioire nel leggere un buon libro, che profumi di terra e guardi verso il cielo. Che l’arte sia arte, nasca dall’arte, sia un progetto, abbia indifferentemente una forma e una valenza civile, voli oltre il tempo e tanto somigli al suo artefice. Voce sola, unica, irripetibile, tra cori di cicale.

E se a volte, a passeggio in mezzo a una valle, suole destarvi sensazioni piacevolissime la vista di un airone fermo, immobile, scompigliato e goffo, che nulla vi direbbe se lo guardaste con occhi aperti ma che non vedono, ebbene non stupitevi: non sareste voi i testimoni del vostro tempo? e l’immagine non sarebbe quella della vostra vita, dei suoi stati, dei beni e diletti suoi?

Ecco noi pensiamo davvero che la poesia sia la forma di vita di chi vive più volte e intensamente, quante siano le possibilità di ciascuno di noi. E non malediteci se riusciamo ad essere onesti fino in fondo: chi ha l’arte nel cuore compone la semplicità del mondo con la ragione per farne un canto d’amore, un inno alla vita. Irrimediabilmente soli. A volte disperati o perduti.

 

 
 

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