
Giuseppe De Santis, Il fiore di Brueghel
Parole per un fiore di Emanuele Ferrari
Certi
giorni, quando è passato troppo tempo, io m’immagino Beppe De Santis al mattino
presto, fermo in una radura del Boscone della Mesola, poco lontano da casa,
dopo una corsa. Me l’immagino con la nebbia che gli sale appena oltre la vita, guarda
lontano e cerca di cogliere nelle pupille lo spessore delle cose, come fosse lo
spessore della luce. Me l’immagino che scruta attorno e con calma aspetta che
il giorno si sveli, che i suoi segni s’incidano negli occhi che vedono e
passino in silenzio a fare misura del tempo, come una musica che inizia con una
pausa. Penso che allora gli arrivano le storie: nella nebbia luminosa del
mattino appaiono fantasmi di quelli che saranno personaggi, i muri delle case
all’orizzonte, passi ineffabili dentro un portico e sopra un ponte, scie
d’acqua nei canali di un paese intero come può essere soltanto nella fantasia,
che unisce reale a immaginario, o semplicemente in una di quelle città
invisibili, per dirla con Calvino, che sono una nave nell’oceano per chi le
guarda dal deserto e una carovana nella sabbia per chi le osserva e le desidera
trovandosi sull’acqua.
Beppe
De Santis torna indietro e forse inizia a scrivere. Un tempo forse con la penna
nera che danzava inchiostro d’ombre sulla carta, oggi più facilmente battendo
le dita su una tastiera, avendo sempre cura del suono che fanno, le dita e le
parole. Già perché in un angolo della stanza dove scrive, è posata una
chitarra, memoria di un canto lontano e quasi perduto, che anima da sempre le
parole di Giuseppe. Così quando le mette in fila e diventano racconto, le
parole sono come note di una partitura, chiamate a raccolta con pazienza e
attenzione al loro corpo, al posto da dove sono venute, al posto dove andranno
a finire. Nelle parole di Beppe prende vita lentamente la letteratura, quella
cosa che tutti gli scrittori cercano senza sapere bene cosa sia, quel mondo
dove provano ad abitare i loro e i nostri vuoti, universo dove non manca mai lo
spazio, ma dai confini incerti una volta per tutte, dai confini senza confine.
La
musica che si fa voce nuda, adesso che ci penso, è il cuore pulsante della
scrittura di quest’uomo in mezzo alla nebbia del primo mattino, un volto che mi
ricorda tanto un sentiero di montagna, due occhi che sono spesso un desiderio di
mare, un mare d’attraversare. La musica anche quando si presenta nella forma
della dissonanza, dello scarto o dello scoglio acuminato che nasconde in
profondità una melodia distante, difficile da cogliere soltanto con l’orecchio;
la musica che lascia respirare il paesaggio e gli uomini, spesso perduti in una
Storia più grande di loro, ma molto meno umana. Troppo meno umana.
Somiglia
davvero a un fiore di cardo la scrittura di Giuseppe, con qualche spina che
forse rende non immediato l’approccio, ma con una densità e una dimensione
verticale che sa nel tempo aprire un mondo nel mondo, non tanto per ragionare
sul senso del nostro esistere nel cosmo, quanto forse per comprendersi davvero,
occhi negli occhi e mani disposte all’abbraccio, una ruvida carezza piuttosto
che l’arida geometria di tutti quei concetti che troppo spesso chiamiamo
pensiero.
Giuseppe De Santis è molisano, ma da molti anni vive a Bosco Mesola ed insegna ad Adria. Ha sempre svolto attività culturale, in tempi ormai lontani anche nella nostra ciità, collaborando con
Dialoghi, una vivace associazione che operò per alcuni anni e promuoveva dibattiti storico-politici. Ha diretto la rivista di poesia e varia cultura
Quadernetto e pubblicato racconti e romanzi. L'ultimo appena uscito per
ABao AQu edizioni, ha come titolo
Il fiore di Brueghel. Un romanzo complesso, che ruota attorno a vicende drammatiche accadute durante il fascismo nel Basso Ferrarese. Ne sono protagonisti: un personaggio costretto dalle circostanze a vivere di espedienti, notabili locali di dubbia moralità che cercano di sfruttare a fini personali il loro potere politico, un frate povero e generoso, comprensivo e saggio, che in silenzio e con umiltà testimonia una fede ed un amore per il prossimo spesso traditi dalle alte gerarchie ecclesiastiche. Sono questi gli attori principali, scolpiti bene, così come lo sono gli altri minori che ruotano attorno a loro, dando vita ad intrecci che avvincono.
Ma la vicenda, pur avendo una sua autonomia ed essere appassionante in sé, è anche un pretesto, perché serve all'autore per sviluppare tutta una serie di riflessioni sulla storia "che l'uomo costruisce dai rottami... dalle parole dei morti"; il senso della vita "frutto di sommovimenti e caos tra le opposte determinazioni: odio e amore, guerra e pace... e gli uomini non sono che le vittime e i protagonisti di queste proiezioni"; la morte "che arriva come un ladro nella notte e ti ruba il respiro"; lo scorrere del tempo che impedisce all'uomo "di restare fermo nel gran mare dell'essere"; la verità "che è sempre quella a cui vogliamo credere e non quella che è".
Il racconto e soprattutto le riflessioni, hanno un sostegno e supporto sulla parte iconografica del testo, consistente in riproduzioni di nove quadri del grande pittore fiammingo Pieter Brueghel, tra questi
La parabola dei ciechi, Gli storpi, La gazza sulla forca, Il tionfo della morte, accompagnate da un commento.
La carne al fuoco è decisamente molta e di conseguenza ampia e complessa la tematica affrontata. Ma l'amalgama, si deve dire, è sostanzialmente riuscito, dando vita ad una narrazione equilibrata. Il pensiero dall'autore è nitidamente espresso e per il modo come questo avviene si pone come stimolo alla riflessione ed all'approfondimento.
Carlo Pagnoni

Enrico Campofreda, Gogo della Luna, Hépou moi
di Marina Monego, ottobre 2010
A distanza di molti anni Milos e
Alina, i due protagonisti di questo epistolario, si scrivono e si raccontano,
discutono, ricordano, s’interrogano. Le loro mail si alternano, s’interrompono,
riprendono con un ritmo imprevedibile. Vivono in città diverse, ma li accomuna
un passato di lotte politiche e d’ideali.
Non sono soli, con loro c’è anche
un terzo personaggio: è il professor Panagiotis, greco cipriota, il loro
insegnante d’arte del ginnasio che, a Lisbona, incontra Alina e fa in modo che
il suo destino incroci nuovamente quello di Milos…inizierà la corrispondenza
via mail, che riserverà, nella seconda parte del libro, un clamoroso colpo di
scena con un ribaltamento delle prospettive iniziali.
Milos e Alina sono stati due
militanti impegnati negli anni Settanta, quegli anni che, sulla scia delle
rivolte sessantottesche, hanno portato una forte spinta al rinnovamento e hanno
avuto la loro degenerazione nel terrorismo e negli anni di piombo. La vita li ha
dispersi dopo un’anonima denuncia ai danni del loro gruppo di lotta: Chiara, la
compagna di Milos, è finita in carcere, lui è stato costretto a fuggire in
Francia e a restarvi per qualche anno, Alina ora vive nel nord Europa.
Finite le lotte, passata la giovinezza,
raggiunta la piena maturità, i due protagonisti sembrano fare un bilancio delle
loro vite e chiedersi se avevano ragione o torto e a che cosa è servito tanto
lottare e soffrire.
Le pagine si velano talvolta di
nostalgia – per gli ideali, per la rabbia, le speranze e la libertà e anche per
la giovinezza perduta, viene da pensare –oppure s’infittiscono di riflessioni e
interrogativi esistenziali, alternati a ricordi, che allentano la tensione e
vivacizzano il testo (simpaticissima la vicenda del gatto Mao, felino
comunista!).
Lo stile è molto curato e sa
dosare i vari registri in modo da non risultare mai noioso.
Le personalità dei narratori si
delineano e a volte si scontrano tra una mail e l’altra, in un “jazz epistolare” come scrive la
stessa Alina con una definizione quanto mai appropriata.
Scopriamo così che lei vive su
una casa galleggiante e fa la giornalista senza aver mai venduto penna e idee a
nessuno, ma ha anche scritto numerosi libri per bambini, nel desiderio di
educare, formare opinioni basate sulla conoscenza “di ciò che fu, è, potrebbe essere e che sarà”. Alina è una donna
che parla chiaro, scrive di politica, ma non fa politica e si pone tante
domande profonde sulle scelte sue e di un’intera generazione.
Milos invece fa il giardiniere a
Roma, in un grande condominio, ha avuto un’esistenza tutta in salita ed è
rimasto col carattere di sempre: passionale e impetuoso, ruvido e spigoloso a
volte, ma sempre impegnato, concreto, generoso, fedele al valore dell’amicizia
e della fratellanza nella lotta. Uomo d’ideale e d’ideologia.
“Vedi Alina, ancora oggi io non respingo
l’ideologia. So che ha prodotto lutti, ha fatto commettere crimini però non
riesco a pensare a uomini e donne senza ideali. L’ideologia si nutre d’ideali,
ciò che non deve fare è divorarli. L’ideologia ha segnato l’esistenza nostra e
c’era anche di sbagliato in quel che facevamo. Ma c’era del buono, non c’è
dubbio che ci fosse, abbiamo vissuto e combattuto con amore perché sbocciasse
il meglio. Abbiamo avuto il coraggio di credere in quel che pensavamo e
facevamo. Continuiamo a credere anche adesso che non si fa più nulla.”
Si percepisce in Milos ancora
molta rabbia per l’ingiustizia insieme a ricordi e rimpianti per i sogni
perduti e per quell’anelito alla libertà, quella possibilità di cambiare tutto,
che poi non si è realizzata, frantumandosi in un oggi in cui si verifica un’ “osmosi fra amici e nemici che si scambiano i
ruoli in un perverso minuetto”.
Si chiede preoccupato Milos: “Perché l’uomo di cui cogliamo anche il volto
gentile cerca la bieca via del potere. Perché?”
Dal canto suo
è sempre schierato dalla parte dei più deboli, se un tempo erano gli sfrattati
e i proletari, oggi sono i migranti, i poveri, coloro che sono privati della
dignità a causa dell’ingiustizia.
La lotta è stata dura,
all’occorrenza violenta, ma Milos non rinnega nulla, fermo nella sua
convinzione di aver avuto ragione, tanto che il lettore, a un certo momento, condivide
il dubbio di Alina: “è come se la
rabbia di quei giorni sia in te fossilizzata, ferma”.
Fu un periodo cruciale, in cui era necessario scegliere e schierarsi e
in cui si era inebriati dalla consapevolezza di stare facendo la storia.
Un’esperienza così totalizzante segna per sempre l’esistenza di chi la vive e
non può esser messa soltanto nel cassetto dei ricordi, ha bisogno di venire
raccontata e di lasciare qualcosa alle generazioni successive.
Tra Milos e Alina s’inserisce una
terza figura: il professor Panagiotis, che ha fatto una brillante carriera
diplomatica, ha avuto alterne vicende e ora è corroso da un inestinguibile male
di vivere.
Figura determinante per i destini
dei protagonisti, riuscirà ancora una volta a influenzare soprattutto Milos
che, spinto dalla sua generosità, si lascerà coinvolgere in un gesto estremo.
Interrogarsi, cercare la verità
sul passato e su se stessi diventa un leit-motiv in questo avvicendarsi di
missive senza data, “perché
quello che diciamo rivela quanto siamo rimasti uguali e come ci trasformiamo, e
diventa inevitabile anche meditare sulle cose dette”.
Ci si chiede quanto integra sia ora la propria esistenza e ricorre
l’antico saluto di Milos e Alina, che dà il titolo , poco comprensibile ai più,
temo, al libro: Hèpou Moi, Seguimi.
Fino alla Chioma di Berenice.
E così seguiamo i personaggi fino
a un insospettabile epilogo, che affronta un ponderoso argomento: l’eutanasia,
tema che meriterebbe una trattazione a se stante per la sua complessità.
L’averlo lasciato, seppure con intensa discussione, al finale, fa rimanere un
po’ perplessi.
Risulta invece interessante tutta
la rievocazione dello spirito dei primi anni Settanta, le lotte anche violente,
il desiderio di cambiare che esplodeva in rabbia e distruzione, lo schierarsi
politico in maniera netta, che contrasta con il rimescolamento gelatinoso attuale.
Per chi ha vissuto quegli anni
leggere queste pagine è respirare un’atmosfera già nota, anche se non vissuta
dalla stessa parte politica. Viene da
chiedersi quale sarebbe l’impressione di un ventenne, che probabilmente non ha
studiato quegli anni neppure a scuola e vive in una società ben lontana da tali
ideali e da quel modo di rapportarsi alla storia.
Il libro può costituire un invito
ad approfondire l’argomento e a scoprire le scelte dei giovani di quella
generazione, che non navigava in internet, comunicava con il telefono e
diffondeva le sue proteste e il suo malessere con volantini ciclostilati,
s’incontrava di persona e non virtualmente. Rispetto all’attualità, è un altro
mondo, che rivive però proprio grazie alla mail, uno strumento scontato per i
giovani odierni e acquisito invece da quelli di un tempo.
Cari ragazzi, dobbiamo cambiare il mondo di Nando Dalla Chiesa
Il professore di lettere De Santis, un intellettuale
atipico a Rovigo.
Prendi l’autoritratto di
Van Gogh e mettilo in cattedra. E
avrai lui, il professor Beppe De Santis, intellettuale atipico
del delta del Po. Gli stessi occhi di fiamma. Perché il professore sta da una
vita sul grande delta che tutto ingoia e riversa in mare, senza avere perso un
grammo di passione. Solo modificando lentamente le sue sembianze come nei
giochi da computer. Dal volto ieratico di un Cristo meridionale a quello
scavato e febbrile del genio olandese. Arrivò ad Adria alla fine del classico
giro di supplenze dopo la laurea in lettere all’università di Bologna. E non se
ne è più andato. Istituto tecnico commerciale e per geometri G. Maddalena.
Sul Po ha messo le tende. Anzi ci ha costruito la casa, che da bravo figlio di
contadini molisani – Portocannone, provincia di Campobasso – si è fatto
letteralmente da solo con le proprie mani. Roba da annichilire per l’invidia
qualunque intellettuale di città. Due piani con abbondanza di legno e giardino
a Bosco Mesola, quaranta chilometri dalla scuola. Dove vive, come dice lui,
“tra l’infinito variare dei grigi e delle luci”.
Quel che si fa nella placida provincia di Rovigo passa spesso dalle sue mani e
dalle sue idee perseguite con metodo giansenista. Il romanzo, la letteratura,
la questione morale, da qualche anno anche la canzone d’autore e il teatro.
Insegnare lettere in un istituto tecnico di provincia non gli ha mai fatto
abbassare la mira. Anzi, è stata la sua grande sfida. Tanto che uno dei primi
ospiti che procurò alla scuola fu un gigante del pensiero filosofico come
Ludovico
Geymonat. Al quale, per parlare di letteratura, hanno fatto seguito Franco
Loi, Salvatore Guglielmino, Dacia Maraini
o Vincenzo Consolo. Così come è convinto che anche nel Veneto
tutto imbozzolato nelle sue ricchezze sia possibile portare di peso i temi
dell’etica pubblica e della legalità. Tanto che la sua scuola fu tra le prime
in cui Antonino Caponnetto volle riparare a quel soffio di
frase (“è finita”) che gli scappò dal cuore dopo le due stragi in cui gli
uccisero i figli putativi “Paolo e Giovanni”.
Ho sbagliato, bisogna continuare a lottare, disse ad Adria il grande
magistrato. E poi
Gherardo Colombo o Rita Borsellino.
Il professore macina da allora insieme ad alcuni colleghi incontri, letture,
spettacoli. Da Elisa Springer a Claudio Lolli,
da Moni Ovadia a Marco Paolini, da Gianni
Mura ai figli di Guareschi o alla figlia di Bassani.
Esperienze, culture, memoria. Parla ai suoi studenti con la voce e lo sguardo
di un predicatore. E loro lo ascoltano disciplinati, catturati dalla sua
passione. “L’insegnante dev’essere un capo”, dice. “Deve sapersi fare
rispettare e deve guidare, deve capire subito se lo studente gli dice una
bugia. Qui l’ambiente non è il massimo per formare una coscienza critica e
civica, ma ce la possiamo fare. Questo è il lavoro più bello del mondo. Possono
fare i tagli ma noi continueremo a inventare la cultura in nuove forme. Vede,
noi in casa abbiamo due stipendi. Il mio e quello di mia moglie che fa la
bibliotecaria a Mesola. Non navighiamo nell’oro, però i soldi mi sono sempre
bastati. E mantengo una figlia fuori all’università e un altro figlio presto ci
andrà. Sa a me che cosa basta? Permettermi una volta ogni tre mesi una cena di
pesce sopra il mare e potermi fare un viaggio di tre-quattro giorni all’anno.
Io sto bene così. Mi sento un uomo delle istituzioni e voglio continuare a
servirle, nonostante quello che accade. E anche se non trovo una grande
disponibilità a darmi una mano. Pochi, splendidi colleghi. Per il resto sa che
cosa mi fa star male davvero? L’indifferenza. L’indifferenza della provincia”.
Scrive pure libri il professore che non fa solo professore. Si cimenta da
romanziere tradendo amore incontenibile per Gadda e per
Manzoni. Ne ha scritti due di romanzi, l’ultimo si intitola Il
cacciatore di talpe, pubblicato da ABao AQu, la casa editrice che ha
fondato, distribuzione in Veneto ed Emilia. Aveva anche fondato un Quadernetto
che poi le angustie finanziarie della scuola gli hanno fatto chiudere. Che si
era meritato lettere di complimenti di Zanzotto e Rigoni
Stern. Su cui avevano scritto anche Erri De Luca e Loriano
Macchiavelli e che aveva pubblicato in prima assoluta La masseria
delle allodole di Antonia Arslan, da cui è stato tratto
il film dei fratelli Taviani sul genocidio degli armeni, una
causa allora misconosciuta e che De Santis ha sposato con ardore.
Da un po’ di tempo il professore si è dato ai
recital teatrali con la
moglie e alcuni amici. Ha ripreso la chitarra che suonava da ragazzo. Due anni
di spettacoli e canzoni di De André. Oggi, dopo l’esordio al
Chiostro di San Paolo di Ferrara, porta per i teatri della provincia Io,
G.G…e il professore, reinterpretazione del repertorio di Gaber. Nel
frattempo organizza eventi culturali extrascolastici o tiene lezioni su Dante
nella biblioteca comunale. Perennemente polemico con le forze politiche locali,
che tratta alternativamente con ironia o indignazione, vorrebbe vedere entrare
la questione morale nelle ansie e nelle priorità di chi guida i partiti nella
sua zona.
Anche per questo alcuni anni fa ha promosso proprio lì, tra gli specchi d’acqua
popolati di anguille, un seminario itinerante sulla mafia e sulla malavita, con
Nichi Vendola e Giancarlo Caselli, Alfonso
Sabella, Armando Spataro e Gianni Barbacetto.
Tutto esaurito. Gli succede spesso. Eppure anche quando è felice gli si
indovina dietro gli occhi di fiamma il senso di una missione incompiuta. Il
rimpianto di non riuscire a cambiare il mondo.
da Il Fatto Quotidiano del 28 febbraio 2010


Emanuele Ferrari, Un posto dove guardare
In un Quadernetto di alcuni anni fa, dicevo di Emanuele Ferrari “che ogni tanto scrive, quando fatica a tacere…, e della vita succhia il profumo, ne porta il peso, con la leggerezza di una libellula.”
Ora la libellula si è sbozzata in farfalla. La leggerezza si è leggermente appesantita. Forse un tantino immalinconita, disillusa di quel che è la vita, gli uomini, le cose. Ma continua a volare alla ricerca del cielo. La danza è quella dello sciamano che si gingilla con i suoi talismani, e rincorre il tempo perché ama la vita, le sue colline, la sua gente schietta e ruvida come creta. La storia è semplice, appena abbozzata. Profonda come la terra. Undici riquadri come undici ferite, in cerca del tempo, a raccontare le sue venature, le sue storpiature. E un prologo che fa da sé la misura dell’essere. Il secolo appena passato ha visto gli uomini sfamarsi in branchi di lupi, relegare l’eccidio a un fatto di cronaca, il genocidio farsi meticoloso. Ma gli uomini e soprattutto le donne continuano a raccontarsi in una carezza d’amore, al lume di candela, col vento che soffia la sua speranza e la sua disperazione.
Nelle partiture di Ferrari non vi è mai giudizio o peggio la mimica moralistica degli urlatori di turno, la storia si racconta da sé e racconta di sé, anche quando non ci si può più gingillare nella memoria, e la tragedia è tutta sola orrore e disperazione. Certo è che il modo in cui è rappresentato l’orrore, evocando semplicemente alcuni particolari, il risvolto, supera in efficacia e poesia qualsiasi descrizione, forse e più dell’amore che pure si affaccia in un baluginio fra ombre.
Giuseppe De Santis
L’essenziale è invisibile agli occhi, diceva la volpe al Piccolo Principe.
Emanuele recupera nella memoria famigliare figure di paese che sono altrettanti universali di umanità e li intreccia, con i legami e le pause con cui ritma la pienezza delle parole, alle attese, fatiche, ansie, speranze che appartengono alle donne e agli uomini di ogni tempo e che in ogni tempo insieme disegnano esistenze e storie - di guerra e di terra straniera nel secolo appena trascorso; di vita al limite e di territori ugualmente estranei, oggi - facendoci intuire il terreno comune invisibile agli occhi che i fili tracciano dentro di noi.
Un posto dove guardare ci offre un ottimo inquadramento storico tra guerra e Liberazione, passando per quel fatidico 8 settembre, presenta con chiarezza la situazione degli internati militari e le condizioni dei prigionieri “in Germania” come della vita quotidiana a casa, dure come solo le testimonianze sanno rendere. C’è una Resistenza cui i protagonisti sono chiamati dalla Storia e una resistenza imposta dal carattere, dall’educazione, da una lunga consuetudine con la durezza delle condizioni di vita e con la sofferenza ed entrambe non sono solo personali: mentre continuano ad affermare la propria dignità, il proprio amore per l’uomo e per la vita, donne e uomini di Un posto dove guardare conservano, proteggono e salvaguardano con forza e semplicità valori che vengono da lontano e lontano portano, gli stessi contro cui si scaglia la fisicità della guerra.
Mentre si sente l’attenzione e la potenzialità didattica della rappresentazione, l’autore invita a una lettura più intima: nascosti, in verità non tanto, nella narrazione, nei dialoghi, fili segreti legano i personaggi come le esistenze, i vissuti di ogni condizione e di ogni tempo, la Storia con le storie. Che è poi ciò che da sempre ci chiama a teatro o alla lettura. Qui con una prospettiva particolare: ciò che fa bella la vita è ciò che è indispensabile alla sopravvivenza: un posto dove guardare. La Patria, certo, una casa, anche, ma prima di tutto una tana in un cuore. Tanto se la sfida è la guerra, al fronte, in prigionia o nel cortile di casa, come se è la ricerca di un impegno civile o di un altro che ci rispecchi, che ci dica chi siamo, che ci faccia esistere. Un filo sottile che qualche volta passa attraverso una iniziale o un nome, un’espressione, perché sottile, esigente e segreta è la vita del cuore. Sottile è anche il filo che lega le parole, la narrazione di storie, capace di ancorare nella difficoltà e di aiutare a perdersi al ritorno alla salvezza se non si è preparati, per la strada che si intuisce troppa se non si ha un luogo a cui guardare, a cui tornare. Più visibile e robusto, quasi una fune, il filo che lega gli uomini nell’amicizia, nella solidarietà, nella politica, il canapo che rinsalda le comunità e gli uomini in esse e ad esse: il rifiuto della collaborazione, in prigionia; l’impegno partigiano, a casa.
Era nato da poco il papà di Emanuele quando Giorgio Gregori fu fatto prigioniero “dopo l’8 settembre” e sperimentò la violenza della guerra sulla sua “estraneità” di studente sensibile e colto, formato sui classici e prossimo all’università; era solo uno scolaretto delle elementari Emanuele quando il prof. Gregori animava l’impegno e la cultura del paese natale dando vita alla sezione di storia locale di Casina; terminava l’università quando per il professore era giunto il termine della vita, ma il testo di Emanuele rivela una frequentazione piena non solo di quello che il professore ha scritto ma di ciò che è stato, in particolare per Casina.
La lettura mi ha ridato il volto di Giorgio, che ho conosciuto, dello spessore del suo sapere ed essere in una realtà altra anche davanti alla più dura delle situazioni, il suo vivere in esse abitando un altrove di cultura, di affetti, di alta moralità; la capacità di sopportazione non di chi è inconsapevole ma di chi ha nella cultura, nella moralità e negli affetti un posto dove guardare.
Nell’opera di Emanuele, la lettura del diario “Due anni in terra straniera” è più di una rivisitazione; la ricostruzione dell’attesa delle donne più di una invenzione: la stesura di questo testo teatrale nuovo a tutti gli effetti rinnova lo sguardo di amicizia alla vita e alle storie degli uomini, conferma l’assunzione di responsabilità, di continuazione di una tradizione di impegno di studio, di scrittura e di animazione culturale che non si nega esplorazioni più intime. Nato da un legame con una persona e un luogo è pronto per il mondo.
È grande il pastrano di Emanuele e dalle sue tasche caverà ancora molte storie. Che ci troveranno pronti a raccoglierle.
Casina, 1 luglio 2008 Giovanna Caroli

Pier Mattia Tommasino, Senzavajolo
La tradizione romanesca è fin troppo invadente nella più recente poesia che si rifà al dialetto di Roma. Non si può sfuggire a poeti come il grande Belli, o alla grazia ironica di Trilussa o alle vicine esperienze di Dell’Arco e Mauro Marè. Uno dei grandi meriti di Pier Mattia Tommasino è quello di aver tentato nuove strade, un tuffo nei nuovi linguaggi, con l’appropriazione di gerghi giovanili, nuove interiorità. E modi diversi di affrontare la realtà. Ne esce una raccolta di notevole forza espressiva e di indubbia qualità, sia formale che di contenuti.
Franco Loi

Giuseppe De Santis, Il cacciatore di talpe
Sulle piste di un omicidio immergendosi nella natura
Giuseppe De Santis, molisano di origine, vive da tempo nella zona deltizia del Po e insegna lettere all'Istituto tecnico Maddalena di Adria. È un onnivoro lettore ed è un appassionato promotore di cultura, come è avvenuto per diversi anni con la pubblicazione di Il Quadernetto. Nel 1999 ha pubblicato un romanzo, "Il segreto", accolto favorevolmente dalla critica, in primis da Antonia Arslan. Ora con "Il cacciatore di talpe" (ABao Aqu Editore, 15 euro) è a una nuova prova narrativa ambientata nel nostro tempo e in quella fetta di terra che gli è familiare: il Delta, appunto, anche se non mancano "digressioni" napoletane, pagine godibilissime per la capacità descrittiva che l'autore possiede e che sa trasmettere sulla pagina scritta. De Santis è anche un piacevole affabulatore "orale".
Il romanzo che tiene avvinti per tutte le sue 239 pagine si dipana sugli intrecci di un omicidio inventato dal cronista fantasioso di un giornale locale, omicidio poi verificatosi nella realtà, e di altri delitti perpetrati in un ambiente di malaffare dove non manca nulla di certe caratteristiche del nostro tempo: la rincorsa al danaro, al facile successo, al piacere, senza alcuna remora morale; l'apparire che prevale sull'essere, insomma, vien da avvertire.
Si colgono in queste pagine dense e a tratti percorse da un afflato lirico, il senso (o il nonsenso?) della vita e della morte, l'amara considerazione che talvolta il confine fra bene e male è minimo, o addirittura irrilevante. Si può non odiare eppure uccidere, come accade al marito della donna ricca trovata morta, episodio che fa parte dell'incipit del romanzo...
L'autore svolge la sua narrazione intercalata - per così dire - da riflessioni morali, esistenziali, pessimistiche, anche se una sorta di catarsi è da riscontrare laddove all'uomo (agli uomini) è dato immergersi nella natura: quella natura del Delta tanto cara - quanto la sua terra natale, almeno - a De Santis, da saperla descrivere non soltanto con i segni, i colori, le sfumature, ma anche gli umori e i sentimenti del cuore. E quanto a descrizioni, non sono da trascurare i tipi umani: dal maresciallo dell'Arma De Matteis coi suoi sottoposti, a quella umanità a volte balorda e cialtrona composta da egoisti, arrivisti, per i quali tutto è permesso, pur di giungere al risultato, al fine.
Nella figura del professor Manes, infine, solitario ma umanissimo, saggio e disincantato, a noi pare di intravedere l'io narrante. A proposito del quale concluderemo avvertendo che nel cassetto ha già un altro romanzo, dove si parla di letterati (francesi) e di anarchici (italiani), che non è un poliziesco, ma che, per usare un termine oggi in voga, "intriga" moltissimo. È negli auspici: esca presto.
Il gazzettino, mercoledì 21 novembre 2007
Giovanni Lugaresi
La scrittura intelligente di De Santis
Il cacciatore di talpe è il nuovo romanzo noir che si svolge nel Delta del Po
Ferrara. Quando l'amico di vecchia data Giuseppe De Santis, professore di Lettere e ammalato incurabile di letteratura, venne a portarmi, da quella plaga che pare così lontana dalla città, Mesola, dove abita, venne a portarmi il suo secondo romanzo freschissimo di stampa, ammirai del libro l'elegantissima e curatissima veste editoriale, per grazia dell'ABao Aqu.
Una veste editoriale che certamente è difficile trovare nei tanti, tantissimi, troppi volumi che ogni giorno vengono vomitati nelle librerie italiane, tanti che anche un libromane, entrando nei negozi della cultura, può essere assalito da un senso di vertigine che ti prende allo stomaco: poi, quando Beppe se ne andò cominciai a sfogliare le prime pagine, oddìo, pensai, un altro "noir", non se ne può più sull'onda dei telefilm ormai non si scrive se non c'è un investigatore con qualche tic, possibilmente con un sigaro in bocca, alle prese con una storiaccia di ammazzamenti, e l'aggiunta, se possibile, di un po' di libido, sparsa qui e là, a volte con moderazione, a volte con volgarità.
Ma proseguii, incuriosito, soprattutto, dal linguaggio usato, raffinato, direi educato, amorevolmente seminato e cresciuto, con frequentissime citazioni letterarie, non ricopiature per caritò, no, ma riferimenti precisi per condurre il lettore sui campi arati da grandi scrittori, ai quali dobbiamo la nostra stessa esistenza.
E, riga dopo riga, pagina dopo pagina, ho cominciato ad amare questo romanzo, mi sembra molto diverso dalla grande messe sparsa nelle tumultuate librerie, ove il libro null'altro è se non misera merce di consumo, per la quale si spende troppo la parola cultura.
La differenza è subito detta: ogni scrittore dovrebbe possedere, come dote qualitativa e qualificante, un proprio stile: tu leggi e dici "questo libro è il tale", senza dubbi e, invece, anche il successo letterario oggi naviga sulla totale anonimia, sull'indifferenza stilistica, su un linguaggio in cui spesso le uniche concessioni "di modo" sono le volgarità espressive, licenze non sempre figlie della libertà intellettuale.
De Santis ha realizzato un'operazione completamente diversa, privilegiando lo stile non come vuoto formalismo, non la cornice di un quadro, ma il quadro stesso, veste e contenuto, e facendo riferimento esplicito al più grande indagatore, nel Novecento, del linguaggio letterario italiano, Carlo Emilio Gadda. Un omaggio a quel narratore, forse unico, il cui pasticcio narrativo-linguistico molto assomiglia a un'altissima alchimia intellettuale: lo stesso protagonista di De Santis, il maresciallo dei carabinieri De Matteis, è, non casualmente, molisano come il commissario Ingravallo, testa dura ma tanta umanità. E questa dicotomia tra uno stile altamente artificiale, come deve essere la scrittura intelligente, e un personaggio così semplice offre al lettore la dimensione culturale del romanzo, in cui le disgressioni filosofiche, politiche, sociali sono accompagnate da alcune inarrivabili descrizioni del paesaggio straniante che è il nostro Delta.
La Nuova Ferrara, lunedì 4 febbraio 2008
Gian Pietro Testa
Giuseppe De Santis -
Il cacciatore di talpe
Notizia di un delitto tra le valli del Po: per un piccolo paese si tratta di un evento sconvolgente, tutti ne parlano, le voci corrono. Dapprima sembra sia una
bufala ed invece si scopre il cadavere di una bella donna assassinata, una donna ricca, affarista senza scrupoli, cinica.
Ad indagare il maresciallo Pinuccio De Matteis, un carabiniere d’origine molisana, emigrato al Nord per necessità. È un antieroe: né particolarmente bello, né tenebroso, con situazione famigliare regolare (sposato con prole), niente amanti o avventure. De Matteis ha quarantacinque anni, un paio di ridicoli baffetti, pochi capelli e un bitorzoletto fra naso e zigomo. Lo si potrebbe definire un epicureo,
“un poeta del vivere e lasciar vivere”, sa godere del cibo, del sesso, delle rare vacanze, non è particolarmente colto, né sa parlare in modo ricercato, anzi usa spesso il dialetto. L’Autore non ci risparmia neppure prosaici dettagli sulla salute del maresciallo.
Nel leggere i primi capitoli si riceve dapprima l’impressione di trovarsi di fronte a un giallo che si rifà a Camilleri sia per la mistione linguistica italiano-dialetto (molisano e veneto), sia per i modi burberi dell’investigatore, carattere introverso e portato al rimuginare mentre se ne sta da solo in mezzo alla natura.
Lo stile è brillante, la trama convincente e le scene di vita di provincia vengono delineate con molti dettagli, ma ci si chiede dove sia la novità.
Di certo scopriamo fin dalla prima pagina che il romanzo non avrà un seguito, non potrà mai scendere nel seriale con questo personaggio, che così non rischia di ripetersi.
Interessanti i riferimenti all’attualità: al problema dell’immigrazione (di fronte ai clandestini il maresciallo ricorda il suo arruolamento per sfuggire alla miseria), a quello dell’informazione, alla politica.
Ecco un ritratto del presidente del Consiglio:
“Non vedi che chisto è proprio come il duce: sporge le labbra come un ciuco, s’erge sul gozzo come un tacchino, s’insuperbisce come un pavone, e tiene la coccia pelata come una zucca, di quelle invernali, con tanto di scriminiatura, fondo tinta e belletto.” (p.97)
Il romanzo ha invece un brusco innalzamento di tono al capitolo XVI, quando De Matteis si reca nel Molise per una breve vacanza. Si apre allora una descrizione intrisa di lirismo, di ricordi, di evocazione del passato. Quello che pareva un romanzo poliziesco assume uno stile più alto, le considerazioni si approfondiscono e l’Autore rivela una vocazione descrittiva che ritroveremo nei brillanti quadri che ci darà di Napoli e delle valli del Po, diventate la sua patria d’adozione.
Le sue radici sono però nel Molise, terra antica, difficile, arida, che gli riempie il cuore di nostalgia e ricordi.
“La sua terra era il suo nome, la sua anima, il filo doppio dei suoi sentimenti. Era come se in un attimo consumasse l’esperienza di millenni. Era come se tra i tempi della vita e i tempi della storia vi fosse una simultaneità strabiliante di eventi che convergeva lì, in quella terra, e nasceva da una sorta di necessità del destino. Poiché la sua vita era tutta lì, tra quella gente segnata di dolore, in quella terra erosa dal tempo, nell’assenza di speranza. Era la sua terra, e ogni fiato era il suo respiro, ogni aurora la sua sera. Nello stesso tempo, egli amava e stramalediva quella terra, che era un peso e la sua libertà”. (p.101)
Le pagine rivelano un legame profondo con le origini quale punto essenziale, mai dimenticato, cui ancorarsi. Non si rinnega nulla del proprio passato e della vita dura che si conduce in una terra spesso soggetta al terremoto, selvaggia come certe cavalle che disarcionano chiunque portino in groppa.
Molto differente è invece la terra d’adozione di De Matteis: le valli del Po, che si guadagnano poetiche descrizioni e costituiscono lo sfondo delle sue meditazioni esistenzial-filosofiche e investigative. La valle è
“fluida, mobile, amabile”, richiede cura e pazienza come una donna, è emblema di calma, tranquillità.
“La valle sembrava dormire involta nella morsa del gelo. Il vento dal mare appena scompigliava i ciuffi di canne fluttuanti di freddo. Una calma attenuava i rumori in una quiete diafana, immobile. I colori languivano d’argento a toccare il cielo. Le gallinelle pigolavano accovacciate in gruppo. Stormi di anatre, tutte allungate, in fila, volteggiavano a cercarsi per l’aria in volo. I cigni s’accoccolavano come danzatori nello specchio d’acqua dai bordi ricamati di neve”. (p.139)
I dettagli costruiscono, uno ad uno, l’immagine del luogo: piante, animali, uomini. Il paesaggio non è aspro come quello molisano, è dolce, molle, spesso velato da foschie o nascosto da nebbie, eppure sa rendersi piacevole e offrire squarci di autentica bellezza e di poesia.
In queste zone De Matteis vive ormai da molto tempo, le ha fatte sue e ne conosce i problemi, dal suo ufficio passa una varia umanità con piccoli e grandi drammi, che lui ascolta e cerca di risolvere. Non solo, il maresciallo s’interessa, com’è suo dovere, ai fatti della valle intera.
Ecco allora che un artificioso consiglio comunale in cui ci si occupa della riconversione della centrale a metano offre l’occasione per delineare i ritratti dei rappresentanti di partito, l’uno più squallido dell’altro, impaludati a perder tempo e a difendere le loro poltrone.
I problemi dell’informazione e dei media trapelano nell’incontro con un altro bieco personaggio: il funzionario di partito, che,
“quando pensava, se pensava, mai diceva il suo parere”. Èun individuo ignorante che per il partito si è riciclato in molti mestieri diversi e infine è approdato alla “Gazzetta di Ferrara”, anche se è appena alfabetizzato. Per lui il popolo va imbrogliato e guidato e non si rende conto di essere uno dei tanti inetti che si credono grandi uomini e non sono nulla.
Come in ogni paese che si rispetti non può mancare la bibliotecaria, la custode della cultura, che riesce a ritagliarsi un grazioso cammeo:
“La bibliotecaria era una donna come ce ne sono tante, ma in realtà ce ne sono poche, quasi invisibili nella fragranza della loro esistenza. […] Sono semplici e buone come pagnottelle di pane”. (p.123)
Alla risoluzione dell’indagine a suo modo contribuisce un libro,
Delitto e castigo, quasi a sottolineare l’importanza della letteratura, mai estranea alle vicende umane.
Esiste un personaggio molto particolare, nel quale sospettiamo si celi parecchio dell’Autore, con cui De Matteis condivide le sue riflessioni di uomo semplice e dedito al dovere: il professor Costantino Manes, uomo burbero, solitario, ma gentile,
“sembrava portare in peso tutta la malinconia del mondo”.
Stravagante, colto, appartiene agli
Arbëresh è il depositario di una serie di riflessioni sull’uomo, sulla natura, sul tempo che scorre, è una sorta di filosofo saggio di cui l’Autore si serve per esprimere considerazioni che vanno ben oltre il caso poliziesco e riguardano l’esistenza e il senso della vita sulla terra.
“Il passo tra il bene e il male è molto più breve di quel che si pensi, perché il bene e il male non esistono, sono solo un’invenzione di noi uomini, frutto di necessità, per far tacere la nostra coscienza. Il fine della natura, invece, è l’universo che vive, la vita anche nel suo ciclo di morte”. (pp.158-59)
Laddove l’idea della natura come meccanismo indifferente volto a perpetuare la specie e a far sopravvivere il più forte è leopardiana. L’uomo, nell’anima, è rimasto quello di tremila anni fa e dunque i delitti ci sono e ci saranno sempre, fanno parte della nostra natura.
“E noi stessi,siamo una approssimazione di una combinazione infinita di casi, in un dato tempo, che riflette su alcune ipotesi di verità relative ad un caso, ma che potrebbero risolvere il caso”. (p.220)
L’immagine che viene suggerita è quella delle talpe e dei loro labirinti infiniti (qui il riferimento può essere a Borges), nessuno peggiore o migliore dell’altro. Ogni tanto arriva il cacciatore di talpe che con un sistema di lacci prova a rimettere ordine, ma è una soluzione temporanea, poiché in breve tutto ricomincia e soluzioni sicure non ve ne sono, se non ciò che conviene alla sopravvivenza di ogni essere vivente.
Sono considerazioni venate di pessimismo, che delineano la precarietà dell’esistenza umana, cui ci affanniamo a dare un senso che forse non ha, se non quello di essere inseriti in un processo naturale ineluttabile.
Rimangono la memoria, le radici e le figure, come quella del maresciallo De Matteis, degne di essere ricordate.
Da WWW.lankelot.eu aprile 2008
Marina Monego